21 Giugno 2011
Stavo guarando su "Il fatto quotidiano" la manifestazione tenutasi a Barcellona contro "Il Patto dell'Euro", l'ennesimo concordato tra potenti che rimpinguerà le casse dei ricchi (pochi) a danno dei poveri (tanti). Che le cose vanno male è un dato di fatto, per via della crisi, ma sopratutto a causa di governanti che dimostrano di fregarsene altamente del popolo. Le nuove normative stanno lentamente distruggendo il tessuto sociale che assicurava a tutti non un esistenza d'oro ma, quanto meno, dignitosa. Ma d'altronde cosa c'è da aspettarsi da questi potenti, che attraverso l'inganno democratico, se la spassano a discapito nostro? Quando capiremo che i poteri buoni non esistono, perché "l'uomo domina sull'altro uomo" (Ecclesiaste)? Quando Brunetta ha detto "gli italiani vadano a scaricare cassete ai mercati generali", mi è venuta in mente la celebre frase di Maria Antonietta: "Se la gente non ha il pane, che mangino brioches". In tutte le epoche, ai governanti non è mai interessato nulla della propria gente, e i fatti lo hanno dimostrato. Riguardo quelle immagini di Barcellona, e nonostante la manifestazone siano pacifica, ho percepito negli occhi della gente l'amarezza ma, sopratutto, la stanchezza di essere schiacciati ogni giorno dal sistema creato ad hoc dal potere. Ma la pazienza non è illimitata, e se le cose continuerano a non cambiare, la gente si stancherà. Ne sono certo che, nonostante il rincoglionimneto di massa a cui veniamo sottoposto ogni giorno, alla fine lo stomaco si farà sentire e prevarrà su tutto. Quando si arriverà al limite, succederà qualcosa di inaudito, che forse i nostri cari politici e anche quelli degli altri paesi, non si aspetteranno. La gente, esasperata, perderà il senno, e dalle manifestazioni pacifiche passerà alla violenza, a costo di far scorrere litri di sangue. Non ci sarà altra risposta purtroppo, poiché le continue richieste di giustizia vengono ignorate da una casta sorda. E allora scoppierà la guerra. Scoppierà la rivoluzione.
03 Giugno 2011
Come si sa, il 30% dei giovani sono disoccupati, secondo i dati dell'Istat. Qualche temp fa il ministro Tremonti dichiara che gli extracomunitari lavorano tutti, e questo vuol dire che, evidentemente, i giovani italiani non accettano certi lavori a certe condizioni. Qual è la verità? Secondo me, come spesso, la verità è nel mezzo. Da una parte molti datori di lavoro che operano nei settori manovali preferiscono assumere manodopera straniera, perché la pagano di meno, forte sopratutto del bisogno degli extracomunitari di lavorare. Ecco quindi che un giovane italiano disposto a svolgere mansioni umili si ritrova ostacolato dalla concorrenza straniera, più conveniente agli occhi di un padrone. Forse queste cose i signor Tremonti non le sa (o non le vuole sapere, poiché fa sempre parte delle schiere berlusconiane, secondo cui in Italia va tutto bene quando non è vero). Dall'altra parte però noi giovani, forse, dovremmo iniziare a riflettere e capire come mai siamo in gran maggioranza disoccupati o precari. L'altra volta al tg hanno intervistato una persona che opera nel campo delle riparazioni delle bici, il quale ha detto chiaro e tondo: "cerco personale, ma non trovo nessuno che sappia riparare una bici". Questa frase centra in pieno il problema, almeno secondo me, della nostra geneazione: mancano persone qualificate! Purtroppo ritengo il sistema universitario italiano in parte responsabile di questo risultato, il quale ha sfornato troppi corsi di laurea né carne né pesce, che non danno ai ragazzi nessuna competenza specifica (la vituperata Gelmini su questo punto ha ragione, second me); dall'altra sento troppe persone incaponite su determinati obbiettivi, in primis avvocati e giornalisti, settori iperinflazionati che offrono pochi sbocchi e nemmeno stabili. Molti altri settori invece sono affamati di personale, ma non ne trovano, perché tanti decidono di studiare scienze della comunicazione o lettere, lamentandosi dopo di non trovare un posto nonostnate la laurea da 110 e lode. Insomma, la nostra generazione ha snobbato i mestieri tradizionali, quelli praticati dai nostri padri e nonni, ritenendoli vergognosi e poco onorevoli. Oggi chi fa quei mestieri va in giro con belle macchine (pagate), ha una casa di proprietà e una famiglia, cosa che spesso un laureato con contratto a progetto non può permettersi. Inoltre il gelataio dietro casa mia lavora tantissimo, tant'è che ora sta per aprire una seconda gelateria. Dopo queste consideazioni, vorrei invitare tutti quanti a una riflessione per capire se lo stato attuale dei giovani nostrani sia imputabile interamente a un Bel Paese che tanto bello non è, o forse dovremmo iniziare a fare due conti sulle scelte che abbiamo fatto, a quali mete abbiamo ambito, alla fine, su cosa ci ritoviamo in mano al giorno d'oggi.
24 Gennaio 2011
Ieri, mentre navigavo di consueto su Facebook, una persona si è lamentata di come tanta gente con un'occupazione stabile pubblichi sul Social Network commenti del tipo: "Che palle, oggi mi tocca lavorare". Il tipo in questione ha fatto notare poi che tali individui svolgono lavori da scrivania, manco vanno a farsi il mazzo in fabbrica come mio cugino fa per 800 euro LORDI mensili. Ecco, vorrei aggiungere che, parafrasando una frase del Vangelo piuttosto famosa, dove Gesù dice dei suoi aguzzini: "Perdonali Padre, perché non sanno quello che fanno", io dico: perdonali Padre, perché non sanno quello che dicono. Non sanno quello che dicono perché oggi avere un contratto a tempo indeterminato in Italia è come aver fatto 6 al superenalotto. Non sanno quello che dicono, perché c'è gente in Italia di 40 anni, DISOCCUPATA, con famiglia a carico, che ogni mese deve inventarsi qualcosa per racimolare 700 euro per sopravvivere. Non sanno quello che dicono perché dovrebbero ringraziare il cielo 50 volte al giorno per avere la sicurezza di un reddito, e magari potersi permettere la tv e il telefonino a rate. Non sanno quello che dicono perché si lamentano che il proprio lavoro è noioso, ripetitivo, stressante perché hanno a che fare con la gente (quando facevo il promoter presso i grandi store d'elettronica, i commessi per come parlavano sembravano di vivere in un gulag): a questo punto manderei tali individui in miniera, nei call center, o a lavorare nei cantieri edili o nelle fabbriche dove qualcuno ogni tanto ci lascia le penne (le famose morti bianche), o, acnora meglio, a spalare merda nei campi magari per 600 euro al mese. Chiederei a questo punto a certe persone: cosa vorreste fare? Se dite di fare un lavoro perché non c'è altro, mi spiegate cosa avete fatto per ottenere il posto agognato? Ma provare rabbia verso tale categoria penso sia inutile e ingeneroso, perché non sanno quello che dicono.
16 Ottobre 2010
Da quando sono su giovani.it, o ancora meglio quando ero all'università mi sono imbattuto in un sacco di gente che coltiva il sogno di diventare giornalista, e che s'iscrive in una facoltà umanistica proprio con questo obiettivo. Anch'io ho fatto così, perché amo scrivere ma soprutto collaboro con diverse testate giornalistiche da sviarati anni. E forse proprio per questo motivo che mi sento in dovere di scrivere quest post per avvertire tutte quelle persone che intendono intraprendere questa strada. Premeteto che odio essere cinico e distruggere i sogni altrui, ma la realtà e l'esperienza mi portano a dire questo: se amate la scrittura e la vedete come un qualcosa che vi gratifica, vi piace collaborare con le riviste o giornali ma nello stesso tempo siete consapevoli che il motore principale della vostra attività è la passione, allora benissimo, continuate pure; ma se per caso sperate un giorno di diventare dei giornalisti affermati e di poter intraprendere una brillante carriera che vi darà importanti soddisfazioni economiche...allora lasciate perdere. Lasciate perdere perché, salvo rari e fortunati casi, con il giornalismo in Italia non si campa, poiché i compensi sono davvero miseri. Me ne sono reso conto quando la Reppublica degli stagisti ha pubblicato un articolo su quanto pagano le testate giornalistiche: importanti: ebbene, salvo un paio di casi, le tariffe per articolo eravano veramente irrisorie. (e si trattava di nomi importanti) Che poi come molti sapranno, la cosa piuttosto strana ma nello stesso tempo "logica" di questo mesterie è che all'inizio si lavora sempre gratis, almeno per 2-3 anni (mentre invece un commesso lo stipendio lo prende fin da subito). Per ottenere poi l'ambito tesserino da pubblicista, dovete trovare qualcuno disposto a retribuirvi regolarmente per due anni in modo poi da poter esere iscritto all'Ordine. PUrtroppo però è molto difficile oggi trovare qualcun dispost a farlo, e se volete il tesserino al massimo potete sperare che il giornale per cui collaborate sia disposto a rilasciarvi delle dichiarazioni FASULLE su pagamenti che vi ha corrisposto. Può essere una buona alternativa, ma sempre che abbiate cmq qualcuno che vi mantenga. Magari siete testardi e continuate, e alla fine troverete qualche rivista che vi pagherà regolarmente per il vostro sapere. Ma qui torniamo al discorso di prima: vivere dignitosamente con questo lavoro è veramente arduo. In un certo senso Internet ha rovinato l'editoria, perché se da una parte offre maggiori opportunità di impiego in questo settore, dall'altra ha dato adito a forme di collaborazioni esterne dove i cosìdetti freelance vengono pagati poco e male, magari ogni due mesi e con cifre irrisorie. La struttura del Web ha creato questa sorta di ragnatela: una testata giornalistica, due max tre persone che si trovano nella redazione fisica, e il resto del lavoro viene svolto da collaboratori free lance con compensi da fame. Il sito, grazie al generoso contribuito di questi indomiti giornalisti, magari diventa più visitato, più iinteressante agli occhi della gente, e di conseguenza maggiori sponsor saranno indotti a investire sul portale che costiuirà vetrina per i propri prodotti. Il proprietario del sito ne gioverà, ma voi, collaboratori esterni, resterete sempre allo stesso punto, con pezzi pagati ai minimi storici. Questo quindi per farvi capire che Internet, molto prorabilmente, ha illuso un sacco di giovani mente speranzose di poter svoltare grazie a questa tecnologia; ma come vi ho illustrato, non è così. A questo punto si potrebbe tentare per i canali tradizionali, ma si torna al discorso fatto sopra: quandi direttori caritetavoli saranno diposti a farvi fare il praticantato? Quanto verrete retribiuti (sempre SE venite retribuiti)? Insomma, il succo è questo: se amate scrivere ma non vi aspettate nulla di che, continuare pure, sapendo però che nel contempo dovrete cercaravi un'alternativa valido per sbarcare il lunario. Se invece proprio volete proseguire unicamente per questa strada...beh, un grosso in bocca al lupo, ma preparatevi a una vita di lacrime e sangue.
14 Agosto 2010
Ho appreso da poco la notizia che Romina e Debora, le "coatte" di Ostia diventate famose grazie allo slogan "Er calippo e 'na bira", faranno presto una comparsa in un film.
Niente da stupirsi, qualcuno direbbe; eppure io non riesco a non stupirmi di fronte a un sistema che fa diventare straordinario qualcosa di assolutamente ordinario: Romina e Debora sono due comunissime adolescenti, che non hanno nessuna qualità così degna di nota da meritare il fracasso mediatico creatosi in queste settimane.
Insomma, siamo a Roma: quante persone si esprimono in romanesco, in maniera del tutto spontanea (questa sarebbe la "skill" principale secondo Carlo Verdone di Romina e Debora)? Quanti romani vanno al bancone del bar a chiedere "'na bira e er calippo"? Una moltitudine. Eppure questo sistema, in maniera del tutto casuale, ha pescato due ragazze al posto giusto nel momento giusto, che ora rischiano di cavalcare l'onda del successo senza, però, possedere nessun talento (o comunque non è stato mostrato) che giustifichi tutta quest'attenzione.
Quante persone invece degne di nota, con talenti sublimi e meritevoli d'attenzione, passano innoservate? Quante persone passano una vita sui libri per non ritrovarsi in mano nulla? Eppure le cose vanno così, in Italia: è il sistema che dedice chi premiare, in maniera casuale e senza alcun criterio. Il contrario esatto di come invece dovrebbero andare le cose.
08 Agosto 2010
Ripenso al triste episodio successo qualche giorno fa a Milano, dove un extracomunitario, infuriato perché lasciato dalla'ex, ha picchiato a morte una povera donna presa di mira per puro caso. Ripenso al titolo di Annah Arendt, "La banalità del male"; seppur non conosco i contenuti di tale opera, posso dire comunque e il male, più che banale, spesso è cieco, irrazionale e privo di scopo, e per questo terribile. Che colpa aveva quella donna filippina, che stava tornando a casa con la spesa? Che colpa avevano i bambini di Hiroshima a cui è stata lanciata una bomba atomica? Di cosa erano responsabili tutti quegli ebrei morti nei campi di concentramento? La risposta è ovvia: nessuna. Ma forse è proprio questa la colpa di tali vittime, l'essere innocenti, e una delle caratteristiche del male è proprio quella di piombarsi con furia in maniera ceca, casuale, senza un perché né uno scopo. Mentre il bene quasi sempre ha un fine ed è mirato a qualcosa, il male no, può avventarsi su chiunque, senza preavviso e, sopratutto, senza perché. Il male è banale, secondo Annah Arendt? FOrse, ma di certo è cieco, Casuale.
01 Giugno 2010
Mentre mi trovavo per strada sulla Tuscolana attendendo l'ora del colloquio, in fondo alla via c'era una persona che strillava, alternando parolacce e insulti a risate isteriche. Ovviamente si trattava di un "matto", uno di quelli che ci capita d'incontrare per strada o sulla metro. E ovvamente al suo atteggiamento nessuno faceva caso.
Si ritiene che la legge Basaglia sia stata un bene perché ha causato la chiusura dei manicomi, anche per le condizioni dei pazienti nelle cliniche. Però, a conti fatt, l'alternativa per questi poveri malati, alla fine, non si è rivelata così allettante: salvo non disturbino qualcuno in maniera fisica, possono pure stare in strada a sbraitare e fare i "matti" senza che nessuno intervenga o ci faccia caso: tanto finché non danneggiano qualcuno, possono restare così. Ma questo non significa relegare tali individui nell'assoluto anonimato, non ritenendoli degni di nessuna considerazione, anche forzata? L'esistenza dei manicomi, perlomeno, non accettarva che tali soggetti ESISTONO e bisognerebbe occuparsene? Ovviamente non con i metodi che si usavano una volta...
26 Maggio 2010
Tutti parlano di crisi, e la situazione sembra piuttosto grave. Eppure c'è ancora un'isola felice dove sembra che la crisi finanzaria sia solo una favola raccontata dalla televisione: la gioventù. Nonostante tutti ci compiangano, dicendo che siamo spacciati (noi giovani), che ci attende un futuro grigio dove tutto ciò di cui godiamo ora ci verrà tolto, la nostra generazione sembra essere sorda a tali richiami. Provate ad andare in una facoltà di lettere per vedere quanto siano popolate da ragazzi convinti che, una volta presa la laurea, faranno i giornalisti o i critici cinematografici; stesso discorso per moltre altre facoltà bollate ormai chiaramente come "inutili", ma sempre gettonatissime. Tanto, nel frattempo che uno si prende la laurea, ci son mamma e papà che pagano, e al max si può fare il promoter e dire agli altri che, di fronte alla prepotenza di un superiore, bisogna "essere accomodanti perché loro hanno il coltello dalla parte del manico". Anche ai tempi della Rivoluzione Francese c'era chi aveva il coltello dalla parte del manico, eppure la gente, spinta dalla fame, non c'ha pensato due volte a mettere una città sottospra per reclamare i proprri diritti.
E Oggi?
Ciò non è possibile, perché si è troppo occupati con le proprie cose, troppo presi dalla squadra del cuore, dal partner, dai programmi televisvi, e da tante altre cose. E mentre il Paese sprofonda sempre di più, cosa facciamo noi giovani? La risposta è ovvia: nulla. Si continua come sempre, ad andare all'università (nente di male, per carità), a uscire la sera per ubriacarsi e a fare i promoter e gli interinali, quando capita.
Che dire, continiuamo pure così, perché nessuno ci rompe le scatole (a parte qualche ministro, anche se lo fa giusto per proforma). Che facciamo di male? Nulla.
Poi però, tra dieci, quindici, vent'anni magari, quando faremo un botto pauroso dalle proporzioni atomiche...beh, ragazzi, ci potevamo pensare prima.
Buonanotte.
09 Novembre 2009
La teologia cattolica annovera 7 vizi capitali, come quasi tutti sapranno. Sebbene secondo tale concezione tali peccati sono tutti della stessa gravità, a mio parere il peggiore di essi resta comunque l'avarizia, atteggiamento disprezzato anche da un punto di vista laico: addirittura l'avaro, alla fine, potrebbe risultare dannoso anche da un punto di vista darwinistico, in quanto ignorando il benessere altrui, non favorisce la sopravvivenza della specie. Tuttavia, secondo me l'avidità è uno dei peggiori difetti sopratutto perché è un qualcosa che astrae dai sentimenti umani: tanto per fare un esempio, la gelosia, l'ira e l'invidia sono vizi legati ai sentimenti umani, e che sopratutto spesso sono indirizzati agli umani (si può essere gelosi della propria ragazza, invidiosi dell'amico di successo e arrabbiati perché qualcuno ci ha ferito). Nel caso dell'avarizia invece, i sentimenti sono spostati dal fattore umano a un fattore puramente materiale, cioè il denaro. Anzi, l'avidità, al pari di un insetticida, uccide e sterilizza i sentimenti. L'avaro non si commuove di fronte a un morto di fame, perché tutti i suoi sentimenti e le sue emozioni sono rivolte al denaro e non alle persone, o in ogni caso sono minori rispetto a quest'ultime. In soldoni (tanto per rimanere in tema:D), tra i tanti difetti l'avarizia è certamente uno dei peggiori, perché mentre molti altri vizi sono legati alla debolezza, e quindi più umani, l'avidità risulta più astratta dall'umanità: l'avido è duro di cuore, e il cuore è la sorgente dei sentimenti umani.
13 Ottobre 2009
Oggi al telegiornale ho sentito che in Parlamento si sta discutendo la cosidetta legge contro l'omofobia, che sanziona chiunque offende persone dichiaratamente gay. Posso essere anche d'accordo, perché a prescindere dal fatto che uno condivida certi gusti sessuali o meno, è giusto che ciò non diventi materia di discriminazione. Quello che però, in effetti, mi chiedo e se in questo momento sia stato urgente occuparsi di questa questione. Insomma, è mai possibile che il governo non si occupi prma di risolvere il problema del lavoro precario? Anche perché, visto che si parla tanto di convivenza e coppie di fatto, queste cose non possono sussistere se prima non si ha una sicurezza economica data da un lavoro stabile. Perché prima di occuparsi dei gay, non si pensa alle famiglie che non arrivano a fine mese? Perché non occuparsi del problema della dissocupazione, sempre più in crescita? In fin dei conti, legge o non legge, ci sarà sempre qualcuno che se la prende con i più deboli, che sia gay, lesbica, grasso, basso, brutto, eccetera. Una legge può essere sufficiente a fermare certi attegiamenti? Non saprei.
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